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In alcune zone della Sardegna si è usata l’eutanasia nei confronti dei malati terminali

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LA GENTE HA PAURA DELLA MORTE, MA SOPRATTUTTO DI UNA LUNGA SOFFERENZA

Riportiamo un articolo del web che tratta proprio di alcuni casi di molti anni fa di eutanasia:
"Femmina accabadora

Il termine sardo femina agabbadora, femina agabbadòra o, più comunemente, agabbadora (s'agabbadóra, lett. "colei che finisce", deriva dal sardo s'acabbu, "la fine" o dallo spagnolo acabar, "terminare") denota la figura storicamente incerta di una donna che si incaricava di portare la morte a persone di qualunque età, nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederne l'eutanasia. Il fenomeno avrebbe riguardato alcune regioni sarde come Marghine, Planargia e Gallura[1]. La pratica non doveva essere retribuita dai parenti del malato poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami religiosi e della superstizione.

Diverse sono le pratiche di uccisione utilizzate dalla femina agabbadora: la tradizione, a seconda del luogo, la vede entrare nella stanza del morente vestita di nero, con il volto coperto, e ucciderlo tramite soffocamento con un cuscino, oppure colpendolo sulla fronte tramite un bastone d'olivo (su mazzolu) o dietro la nuca con un colpo secco, o ancora strangolandolo ponendo il collo tra le sue gambe. Lo strumento più rinomato consisteva in una sorta di martello di legno ottenuto tagliando un ramo dal quale si dirama un ramo secondario più piccolo che tagliato a misura diveniva il manico del martello la cui testa era un moncone del ramo principale: un martello non originale di questo tipo è visibile presso il Museo Etnografico Galluras di Luras.
Non c'è unanimità storica su questa figura: alcuni antropologi ritengono che la femina agabbadora non sia mai esistita[2]. Si hanno prove di pratiche della femmina agabbadora fino a pochi decenni fa; pare che negli anni venti del '900 vi siano state le ultime due pratiche di una Femmina Agabbadora, precisamente una a Luras(1929), una a Orgosolo (1952)[3] e una a Oristano. Una delle teorie per giustificare questo tipo di pratica è basata sulle difficoltà di spostamento e di sussidio nei tempi passati, per cui nei paesi isolati e molto distanti da qualsiasi ospedale la famiglia di un soggetto anziano non autosufficiente e quindi in bisogno di cure assidue avrebbe avuto numerosi problemi ad assisterlo, dal momento che il lavoro agricolo era l'unica loro possibilità di sussistenza."

Ultima modifica: 23 Aug 2018 08:51

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